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Il coraggio della democrazia
Pubblicato da S.P. in Politica • 25/03/2010 15.48.21
LA NUOVA SARDEGNA
GIOVEDÌ, 25 MARZO 2010

LA POLEMICA

Il coraggio della democrazia contro il disegno destabilizzante della destra di Berlusconi e Bossi

Bisogna reagire contro una strategia di sistematica demolizione dei valori e degli equilibri sanciti dalla Costituzione

Gli attacchi di Berlusconi al ruolo costituzionale del Presidente della Repubblica richiamano argomenti dibattuti anche in occasione del decreto legge salva-liste. Le differenze emerse allora hanno coinvolto anche il comportamento del Presidente Napolitano. Se non avesse firmato, avrebbe certamente ricevuto dalla sinistra più applausi e meno sconsiderate reazioni. Queste, tuttavia, non devono portarci a trascurare la delusione di quella parte dell’opinione pubblica che attendeva una decisione diversa, nell’errato convincimento che il pericolo incombente sulla democrazia italiana giustifichi la rinuncia allo scrupolo costituzionale. Napolitano, perciò, non avrebbe dovuto limitarsi a esercitare un «potere neutro», ma andare oltre.
Napolitano, in diversi interventi, ha chiarito il senso di «potere neutro» affermando di «considerare fuorviante attribuirmi la tendenza a una salomonica equidistanza, come se a me spettasse dividere i torti e le ragioni tra due parti in conflitto e non richiamare tutti al rispetto di regole, esigenze, equilibri che il nostro ordinamento repubblicano ha per tutti reso vincolante». E ha ricordato che nel disegnare la figura del Presidente della Repubblica i costituenti si sono ispirati al principio enunciato da Benjamin Constant due secoli fa, principio secondo il quale il potere neutro è «un potere di equilibrio e di limitazione degli eccessi degli altri poteri».
Berlusconi mira proprio a scardinare l’equilibrio costituzionale per dar vita a un regime autoritario nel quale il capo del governo sia sovraordinato agli altri poteri. Ha già addomesticato la maggioranza, ha costretto i candidati del centrodestra nelle imminenti elezioni a dichiarare fedeltà al suo disegno ed esaspera l’attacco alle altre istituzioni. A maggior ragione la risposta alla trama eversiva deve anteporre la salvaguardia dei principi costituzionali alla convenienza politica contingente.
La battaglia in difesa della Costituzione si vince a Roma se si combatte anche in Sardegna, dove il degrado della vita pubblica ha raggiunto livelli insopportabili, l’autonomia è stata mortificata dalla suggestione servile della «Regione amica del governo amico» e il trasformismo dilaga. La colpa è del popolo sovrano, del torpore politico e morale che lo avvolge? E’ vero, capita anche al popolo di sbagliare. Ma la responsabilità è sempre della classe dirigente, che abdica al suo ruolo. La classe dirigente regionale - politica, sociale, amministrativa, intellettuale - ha avuto il grande merito di aver guidato il popolo sardo nella lotta per la Rinascita. Da vent’anni a questa parte è andata, però, via via scadendo e oggi si è ridotta a vivacchiare, in parte cortigiana e in parte terzista, all’ombra del Prepotente. E a scaricare le proprie difficoltà e responsabilità, in stile prettamente berlusconiano, sulle istituzioni, Unione europea compresa. Ecco, dunque, tutti a Bruxelles, in massa per dimostrare che i sardi sono uniti, capeggiati dal Presidente della Regione. A far cosa? A premere per il riconoscimento dell’insularità. Ma a cancellare questo principio dal Trattato di Amsterdam sono stati i governi, quello italiano compreso. Dov’era, allora, la nostra classe dirigente? A spiegare che la democrazia è solo un optional, e che quel che conta è il presidenzialismo. E perché oggi non si rivolge al governo, il quale condivide con gli altri governi il potere legislativo dell’Unione?
D’accordo, occorrono politiche nuove, grandi riforme statutarie e nuovi piani di rinascita. Ma se non si comincia dalla classe dirigente, si continuerà a masticar brodo.

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