Gemellae N. 39



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IL MARCHESATO DI ORANI

di Gian Battista Faedda

Ogni terra vanta la propria icona, stendardo e testimonianza del suo popolo, baluardo del passato e di una cultura in cui identificarsi e che identifica, denota le origini e l'appartenenza. La Sardegna è rappresentata universalmente dal nuraghe, l'antica torre in pietra costruita ad aggetto di certa importazione minoico-micenea. Pur conoscendo poco del popolo dei thyrsènoi, ovvero dei costruttori di torri (l'appellativo deriva da thyrsìs, torre, appunto) come venivano chiamati dagli antichi navigatori greci i sardi del primo millennio a.c., spesso ci rendiamo conto di avere cognizioni ancora più effimere su altri importanti periodi storici della nostra terra. Una realtà, questa, che non ci consente né di risalire alla nostra identità né, soprattutto, di condividere l'emozione ad essa legata con i visitatori i quali, ignari delle straordinarietà antropologiche, culturali, cultuali e storiche, giacciono annoiati sugli scogli e sui sabbiosi bagnasciuga in attesa dell'onda che conduca in porto l'estatica visione del vip dell'ultimo reality show.
Le forme di turismo importate hanno ormai fatto il loro tempo e questo evento felice ha condotto verso un duplice, ragguardevole traguardo: il primo attiene alla ricerca di un settore economico alternativo e che restituisca linfa vitale, il secondo che i sardi più lungimiranti abbiano finalmente preso coscienza di sé, divenendo artefici e protagonisti di un'intensa attività di ricerca, questa volta scientifica, nei meandri del passato che, miliare dopo miliare, va restaurando nel suo cammino il quadro di una terra dal trascorso ricco e articolato.

Il convegno

Si è parlato proprio di questo, il 18 Giugno scorso a Orani, quando illustri professori dell'ambito accademico spagnolo e sardo (di quest'ultimo i professori Antonello Mattone e Gianfranco Tore), hanno raccontato a un folto uditorio di oranesi le vicende delle proprie encontradas di appartenenza dal basso medioevo sino al XIX secolo, ben otto secoli di dominazione pisana, aragonese, castigliana, catalana e sabauda, ciascuna delle quali ha lasciato indelebili tracce di costumi, forme di espressione e di comportamento, architettura nelle splendide chiese (meritevoli di visita il santuario della Madonna di Gonare sull'omonimo monte, Sa Itria e Su Rosariu nel centro urbano) e palazzi padronali, nonché colture agricole e tecniche di amministrazione economica e politica.
Nel XIV secolo il paesaggio della Curatorìa di Dore, di cui faceva parte anche la villa de Orani insieme ad altri importanti centri tra cui i circonvicini centri di Oniferi e Sarule, il borgo di Lollove e Nuoro, era uno splendido susseguirsi di verdi e fertili vallate, ricche di greggi e floride colture. Ufficialmente, la storia del marchesato nasce nel 1335, con Giovanni di Arborea che eredita la baronìa dagli aragonesi. Solo nel 1616, però, Orani, che nel mentre era divenuta capoluogo di una più estesa proprietà feudale (annoverava le Curatorìe di Dore, Bitti e Gallura Gemini), diviene ufficialmente marchesato con Donna Ana de Portugal y Borja, figlia di Fadrique de Portugal, quale prima marchesa, titolo reso ufficiale e testimoniato dalla Real Cèdula dell'8 Marzo 1616 emessa a Madrid proprio dal re Felipe III. Da quel momento ad oggi si sono succeduti ben 17 Marchesi di Orani, e nonostante la lotta per le eredità e i benefici feudali, l'unità d'Italia e la nascita della Repubblica Italiana, il titolo è ancor oggi vivo insieme alla sua legittima portatrice, ovvero Donna Maria del Rosario Cayetana Fitz James - Stuart y Silva che risiede a Madrid. La marchesa del terzo millennio ereditò il titolo nel 1957 e tra due anni il suo marchesato compirà il suo cinquantenario.
Queste importanti informazioni, costituenti una novità per i più, si sono avute grazie al certosino lavoro di indagine dei Professori Pedro Moreno Meyerhoff, Maria Josè Casaus e Maria Teresa Iranzo, quest'ultima responsabile dell'archivio provinciale di Saragoza, nel quale sono confluiti gli scritti degli archivi dei Duchi di Hijar, Conti di Aranda e Marchesi di Orani, documenti che venivano meticolosamente custoditi dai Signori per gestire e amministrare con dovizia e precisione le proprie concessioni feudali. La cosa più eclatante, è che queste testimonianze documentali rappresentano uno spaccato della vita quotidiana delle genti di Orani e delle ville vicine dal XIV al XIX secolo: si tratta di carte ufficiali che raccontano di colture agricole locali e di innovazioni apportate dai dominatori spagnoli, quali, ad esempio gli innesti delle olive valenciane e maiorchine, la coltivazione della vite a spalliera piuttosto che ad alberello, le attività artigianali e la gestione dei tributi, l'attività di polizia, le cronache di crimini e malefatte da parte degli autoctoni, i costumi, il culto, la fede religiosa.
Il trascorso storico dell'attuale comune di Orani, vive quasi incontaminato nella laboriosità dei suoi abitanti, ancora ben radicati in un contesto economico caratterizzato da pastorizia, agricoltura e attività artigiane legate alla lavorazione e all'intaglio del legno come alla realizzazione di autentiche opere d'arte in ferro battuto, in granito ornamentale abilmente scolpito e levigato, e nei pregiati abiti di velluto che la maestrìa dei mastros de pannu ha portato sino ai nostri giorni e rese famose nel mondo. Tutti segni, questi, la cui concretezza non è stata trascurata neanche dagli artisti locali fra i quali, esportatori a livello planetario del nome della propria città, svettano i contemporanei Costantino Nivola, a cui i concittadini hanno tributato un museo, e Mario Delitala, protagonista di una personale permanente nei locali del centralissimo ex convento. Le loro opere si rivelano grate alla terra natìa e ne raccontano la sofferenza e la sottomissione, la magnificenza nascosta e i lavori della quotidianità nelle sculture di Nivola, mentre nelle pennellate di Delitala i sentimenti di un popolo si dibattono fra l'oscurità delle angosce e la meraviglia, l'estasi dei momenti di intimità familiare e sociale, come in un ballu tundu che nel suo ciclico incedere sana le ferite e preserva dall'oblio del tempo.

 Associazione Culturale Gemellae

gemellae@tiscali.it