CADAVERI ECCEDENTI
di Alessandro Scano
Sino a qualche anno fa avevo la buona abitudine di percorrere in bicicletta strade rurali e poco trafficate. Sebbene non siano trascurabili gli inevitabili e fastidiosi effetti collaterali (depositi di acido lattico o piaghe in quelle parti del corpo che il pudore vieta di menzionare) bisogna tuttavia ammettere che la bici è ancora il mezzo di locomozione preferito da chi condivide con me l'insana inclinazione da voyeur del contegno degli umani. Cioè del genere a cui con disonore apparteniamo, una specie che ha la barbara mania di abbandonare, strada facendo, tutto ciò che è d'ingombro: basta abbassare con destrezza il finestrino dell'auto o il cassone d'un camion e il gioco è fatto. In passato, scaltrito dall'esperienza e incoraggiato dall'impunità, solevo esumare in buie ed intime cunette, oltre alle usuali lattine e ai copertoni, ad assorbenti e profilattici scaduti, solidi divani postmoderni, coriacei scaldabagni teutonici e redivivi materassi ortopedici, tutte delizie sognate ad occhi aperti da qualsiasi barbone. Al termine d'inenarrabili fatiche dissotterravo pure per i più golosi cucine a gas e forni a microonde. Spesso erano pezzi di valore, piazzati con insperato successo al mercatino dell'usato da cui, al colmo della gloria, emigravano infine nelle più sordide cantine di periferia. La statistica c'informa che ognuno di noi produce quotidianamente un chilo di rifiuti che, moltiplicati per i giorni dell'anno, fanno 365 chilogrammi. Proseguendo nell'ardito calcolo e, tenuto presente che nei paesi industrializzati la vita media è di 77 anni per le donne e di 72 per gli uomini, superiamo la media di 28 tonnellate pro capite. Non la perfidia, bensì la matematica m'induce di passata ad osservare che il gentil sesso, al solito baciato dalla sorte, produce un maggior numero di scorie... Ma, tralasciando per un attimo questo sussulto di misoginia, converrete con me sull'indifferibile urgenza di un problema: quello del futuro destino dei rifiuti. Poiché fioccano innumerevoli proposte è il caso di partire da lontano. La scorsa estate, trascinato dalla foga oratoria del sermone domenicale, il viceparroco della Maddalena, a cui nessuno nega il carisma e l'autorevolezza che gli derivano dal ruolo e dall'inusuale mise da tupamaro, disse fuori dei denti: "Chiedo scusa ai fedeli turisti dell'isola se le nostre strade sono diventate delle discariche a cielo aperto". Parole che è superfluo definire sante, vista la circostanza e il luogo in cui sono state pronunciate. Commentate però con sarcasmo e la rituale alzata di spalle degli incontentabili ambientalisti locali, i quali invitarono il prelato in odore di ecologia a "fare soprattutto il parroco", in buona sostanza a "scherzare coi santi e... lasciar stare i fanti!", non ultimi quelli radioattivi. Un tema, quest'ultimo. (è pleonastico ribadirlo) che divide da sempre i maddalenini, nell'isola dei guelfi e ghibellini, dei conformisti e dei bastian contrari. Rimanderò tuttavia l'ardua sentenza a un'occasione più propizia, non per viltà o innato pilatismo ma perché, come dicevano i latini, "ubi maior minor cessat". Nel senso che mi sta molto più a cuore la sorte delle nostre ceneri, data l'assoluta mancanza di spazi, lamentata di continuo dai soloni che amministrano il bene pubblico. Peraltro non mancano illustri esempi, che potremmo una tantum imitare, senza timore d'incorrere nell'ira di verdi o affini. Difatti in India e in genere in oriente alte pire di fuoco eliminano da un pezzo i residui organici superflui che, solo in circostanze eccezionali (Gandhi docet!), vengono solennemente sparsi nel Gange. Viceversa in occidente i fanatici supporters della cremazione sono una sparuta congrega di iniziati, le cui lugubri ed igieniche istanze restano tuttora oggetto d'inspiegabile ostracismo, anche se le passate resistenze mostrano evidenti segni di declino. Louis Nimier, convinto assertore francese dell'incinerazione, tuona indignato contro gli usurpatori del suolo pubblico: "E' una vergogna, nella sola Parigi seicento ettari di terreno edificabile sono occupati da cimiteri!". Gli fa eco oltremanica un portavoce della nobile causa: "Pensate, solo a Manchester, con la superficie risparmiata tramite le cremazioni abbiamo realizzato tre campi di rugby!". Ecco qual è il vero nodo della disputa: l'esecrabile indifferenza sportiva dei defunti, così opportunamente rimarcata dal puntiglioso suddito di sua maestà. Per noi italiani, al solito in anticipo sui tempi, non si tratta però di una novità; anzi possiamo vantarci con legittimo orgoglio di aver già censurato "in tempi non sospetti" l'incomprensibile e disdicevole atteggiamento di chi non c'è più. Una ventina d'anni fa, quando il Napoli vinse il primo scudetto, fu issato un enorme striscione nei pressi del cimitero partenopeo, con questa scritta a caratteri cubitali: "Cca va site ppierse!" ovvero: "Che cosa vi siete persi!". Senza dubbio la maniera più adatta ed efficace di sottolineare lo scarso coinvolgimento di quei ... tiepidi ed irriconoscenti tifosi.
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