Gemellae N. 39



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Metropolitana

di Daniele Merlini

La signora si precipitò giù per la lunga e sudicia scalinata, cercando di evitare che il cappotto le si inzaccherasse, tenendo la borsa stretta nella mano sinistra. Il treno già entrava sferragliando in stazione e i passeggieri si facevano avanti occupando la banchina, senza togliere lo sguardo dai titoli del giornale aperto davanti agli occhi, o alle ultime parole sulla pagina di un libro, verificando la destinazione del treno, che non fosse sbagliata per una qualche strana ragione.
La signora passò oltre la prima carrozza, urtando un paio di persone, e si infilò rapidamente nella seconda; si accostò ad uno dei sostegni, aggiustandosi il soprabito. Sbuffando si tolse la sciarpa di seta, l'arrotolò e la ripose delicatamente nella tasca del cappotto, si sistemò i capelli, si soffiò il naso. Aprì la borsa e ne trasse uno specchietto. Si guardò con attenzione, ritoccandosi lievemente il trucco; passò di nuovo le sottili dita della mano fra i capelli. Era bellissima.
Sostava vicino alla porta, sorreggendosi ad ogni sobbalzo del treno con aggraziata delicatezza, guardando di continuo, con garbo, l'orologio tenuto al polso della mano sinistra, facendo tintinnare due fini bracciali d'oro legati al polso dell'altra. Non badava alla gente, ai sottili mormorii che si mescolavano al fracasso del treno, al flebile suono delle pagine di giornale piegate e stropicciate, agli occhi che cadevano silenti su di lei, vergognosi e sfuggenti, ai tanti volti che si mescolavano indistinti, ai capelli bruni, agli occhi chiari, alle gote arrossate, ai riccioli, alle labbra truccate. Guardava a terra, scrutando distrattamente i piedi e le scarpe nere che indossava.
Alzò lo sguardo qualche istante, verso il centro della carrozza. Solo allora lo vide. Con una mano si teneva aggrappato al sostegno sopra la sua testa, con l'altra reggeva la giacca raccolta sopra una valigetta marrone. Vestiva un completo blu, con la camicia bianca e la cravatta scura. Sorrideva e la guardava, scrutandola con i suoi intensissimi occhi verdi, nascondendosi un poco dietro le sue rade lentiggini. Lo guardò bene e stentò a riconoscerlo. Un ampio sorriso le si disegnò sulle labbra. Lui si fece avanti fra la gente. Un signore distinto, che leggeva il giornale sbirciandone le parole dietro spesse lenti calcate sul naso, lo fece passare, guardandolo qualche istante. Scrutò rapidamente anche lei, tornando poi alla sua lettura.
Le stava davanti, vivamente imbarazzato, con un sorriso intenso e gli occhi leggermente lucidi. Lei stupita lo guardava raggiante. Se ne ricordò immediatamente il nome.
"Francesco!" gli disse, tendendo le braccia. Si abbracciarono e si baciarono su entrambe le guance.
La sua mente in un attimo fu piena di pensieri, di ricordi intensi di sensazioni vissute, profumi, immagini, colori. Aveva conosciuto Francesco in una calda sera d'estate, alla fine del liceo; lui l'aveva invitata a ballare un ultimo lento, e lei l'aveva seguito, incantata dai suoi luccicanti occhi e dai corti e morbidi capelli biondi. Aveva danzato lentamente, facendosi guidare dalle sue mani, stretta al suo petto. Ad occhi chiusi ne aveva assaporato la fragranza, ne aveva gustato la bellezza, ne aveva vissuto l'intensità. Quante volte ne aveva sognato il volto, quante volte si era ricordata, nelle sere d'autunno, i suoi baci dal dolce tatto, le sue carezze, le sue parole sussurrate, le poesie che amava leggerle al buio, sotto le stelle. Il caldo vigore che le trasmetteva ad ogni istante, più raggiante del sole che illuminava le calde e ventilate giornate estive, quando andavano assieme a passeggiare, a visitare qualche città, o a fare una scampagnata fra i verdeggianti campi della pianura. Si ricordò quando rincorrevano farfalle lungo i canali, quando cantavano al chiaro di luna, quando si guardavano intensamente, sorridenti e felici, per ore. Le regalò lui quel ciondolo a forma di cuore. I primi venti freddi d'autunno spazzarono le foglie gialle dei viali, spogliarono gli alberi, indurirono la terra e portarono via anche il loro amore, e lei, ben presto, fra i mille impegni e gli studi, se ne dimenticò.
"Come stai?" le chiese Francesco, quasi sussurrando, con voce tremante.
"Bene, bene!" rispose. "Mio Dio: saranno passati dieci anni, o forse dodici da quando ci siamo visti l'ultima volta".
"Dodici, a ottobre di quest'anno" precisò Francesco.
"Già: partivi per l'estero". Lei si ricordò la sua partenza. Non era andata all'aeroporto. Odiava gli addii, soprattutto di amici e di persone care.
"Ma raccontami: cosa fai ora. Ti vedo vestito così elegante!" Parlava radiosa e il viso le si illuminava.
"Sono diventato ingegnere. Lavoro per una ditta di costruzioni" spiegò.
"Quando sei tornato in Italia?" domandò ancora.
"Circa tre anni fa. Ho lavorato in diverse città, soprattutto a sud. Sono a Milano da quattro mesi".
Lo guardava con profonda ammirazione. Lo ascoltava e allo stesso tempo pensava al passato, a ciò che lei aveva realizzato durante tutti quegli anni, a quanto le cose fossero cambiate, al mondo che aveva perso tutta la magia dell'età di quando si erano amati, della spensieratezza di quei momenti, dei sogni e delle illusioni coltivate con profonda passione.
"E tu, Elisa?" chiese lui, distogliendola dai suoi vivi pensieri. Aveva detto il suo nome con tale grazia e dolcezza che per un istante si era sentita interamente inebriata, trasportata lontana verso lidi remoti, distante da tutto quel trambusto e quel vociare sul treno, da tutta quella fretta e quello scompiglio in cui era solita vivere.
"Io lavoro per uno studio di architettura. Progetto interni, arredamento".
"Lavoro affascinante. Non mi ricordo che tu avessi deciso per architettura all'università" commentò.
"Infatti. Quando tu partisti io avevo scelto di fare economia. Ma fin dal primo momento non mi piacque. Non mi interessava, mi deludeva. Ho preferito dedicarmi a qualcosa di più creativo".
"E ci sei riuscita?"
Per un attimo lei si accorse che amava ancora perdersi nei suoi occhi verdi. Infiniti come il mare, lucenti come l'acqua, dolci come un bosco. Attese a dare una risposta. La guardava spensierato, sempre sorridente.
"Sì, sì, credo di sì" rispose infine, impacciata, accorta di essersi distratta. "Mi impegna molto, sono sempre di corsa, sempre tra un cliente e l'altro. Credo comunque di essere soddisfatta" concluse.
"Mi fa piacere. Sarei curioso di vedere qualche tua creazione."
"Oh, non ho creato nulla di speciale. Non sono un famoso architetto."
"Qualcuno avrai fatto contento" aggiunse.
"Sì, per quello sì. Di solito i miei clienti sono molto soddisfatti di ciò che propongo loro, anche se è molto difficile che accettino un progetto così com'è."
"Naturalmente. Anche nel mio campo non sempre si azzecca al primo colpo". Lei sorrise. "In un certo qual modo, lavoriamo nello stesso campo" aggiunse Francesco.
"E' vero. Tu costruisci le case e io le arredo!" rispose.
Continuavano a guardarsi con profonda ammirazione. Nonostante di anni ne fossero passati molti, il loro aspetto sembrava immutato. Lei era bella come sempre, lui affascinante, con quel suo volto da cucciolo, con quella parlata dolce che pareva di un bambino.
Elisa scoppiò a ridere ed esclamò: "Certo che è buffo incontrarsi dopo dodici anni su una metropolitana!"
"Perché buffo?" chiese Francesco.
"Beh, sai, è un posto insolito. Vedersi così, tra gente che sale e scende, in quei pochi minuti tra una fermata e l'altra. è bello risentirsi, darsi un'appuntamento per dare spazio ai racconti e ai ricordi..."
"Non è però facile riavere contatti dopo così tanti anni. è anche difficile che ci si cerchi. Chi andava pensando che vivevi ancora da queste parti. Io non avrei neppure immaginato di trovarti qui".
"Figurati io. Per questo è strano... oserei dire buffo! Stavo anche per perdere la corsa. Se avessi preso il treno dopo, non ti avrei certo incontrato".
"O se fossi salita su un'altra carrozza".
"Infatti!"
"Eri di fretta, visto che hai preso il treno di corsa?"
"Sì, sono sempre in ritardo! Ho mille cose da fare e mi riduco sempre all'ultimo minuto".
Elisa sorrise nuovamente, arrossendo, quasi provasse vergogna a parlare con lui. Non se lo spiegava, ma sentiva attorno a sé un forte imbarazzo. Le sembrava di essere un'adolescente impacciata al suo primo appuntamento. Parlava vorace, mangiandosi quasi le parole. Si era accorta anche di usare un tono di voce piuttosto alto, il che non era da lei.
"Dimmi ora qualcosa più di te" proseguì, schiarendosi la gola.
"Che devo dirti. Il lavoro che faccio mi soddisfa molto. Ho ritrovato qualche amico a Milano, ci vediamo di rado. Ho una vita tranquilla, coltivo i miei soliti hobbies".
"Scrivi ancora?" interloquì.
"Qualche volta. Non ho più molto tempo".
"Racconti o poesie?"
"Racconti, più che altro. Le poesie sono rare".
"Me le ricordo ancora le poesie che mi leggevi e mi regalavi. Devo conservarle ancora da qualche parte, forse in una busta nascosta in un cassetto. Erano affascinanti..." Lo guardò con occhi lucidi. Le sue poesie erano state fra le cose più belle che le avessero regalato. "Non hai mai tentato la carriera di scrittore?"
"No. Almeno, c'ho pensato, più di una volta. Ma non è facile. Non basta saper scrivere..."
"Secondo me avevi del talento. Scrivevi cose meravigliose che spesso mi facevano sognare."
"Davvero? Dici allora che dovrei propormi ad una casa editrice come nuovo scrittore del millennio?"
"Ah, non so!" esclamò, scoppiando a ridere. "Non credo di essere all'altezza di darti un consiglio così!"
Tacquero. Il treno si fermò in una stazione in galleria. L'interfono annunciava qualcosa, ma la voce fu coperta dall'arrivo di un'altra metropolitana sul binario opposto.
"E dimmi. Sei sposato, o fidanzato?" riprese Elisa.
"No. Lo sono stato... fidanzato, anni fa, all'estero. Ma, nulla di serio" rispose Francesco, scuotendo la testa.
"Strano, non ti facevo single..." disse lei.
"Perché?"
"Non so. è difficile che una persona così affascinante passi inosservata". Lui abbassò lo sguardo e rise, imbarazzato. Anche lei si mise a ridere.
"Forse non sono davvero così affascinante come tante donne sostengono. Credo però che la ragione principale risieda nel fatto che ho gusti difficili. Cedo a stento alle lusinghe; è raro che mi abbagli solo per la bellezza".
Elisa abbassò lo sguardo qualche istante. La metropolitana fermò di nuovo in una stazione affollata. Alcune persone scesero, molte ne salirono. Diede un'occhiata alla fermata. Non mancava molto alla sua destinazione. Tornò a guardarlo. Non aveva smesso un attimo di scrutarla, di ammirarla, di sorriderle. Come in passato la faceva sentire felice, rilassata, avvolta in una dolce atmosfera. Le tornò in mente la prima volta che le disse ti amo. Si erano rifugiati in quel piccolo bar, sfuggendo a un forte acquazzone. L'aveva baciata in fronte e le aveva sorriso, e ne era stata rapita, come in quel momento.
"E tu, sei fidanzata?" le chiese, appena il treno fu ripartito. Un uomo vicino ai sedili aprì un finestrino: lo stridente rumore delle ruote sulle rotaie divenne assordante, coprì le loro voci, mescolò le parole al vociare indistinto della gente, allo sbattacchiare del treno.
Lei rimase qualche momento in silenzio, attonita, fissando il vuoto. Poi alzò gli occhi. Senza sorriso, con la fronte aggrottata; il suo viso perse tutt'un tratto la sua bellezza. "Mi sono sposata tre anni fa" rispose.
Gli occhi di lui ammicarono, le labbra si torsero in un tentativo di sorriso, lo sguardo si perse, il viso svanì. Lei lo guardò dispiaciuta. Avrebbe voluto giustificarsi, dare una spiegazione. Aveva perso i suoi verdi occhi e invano andava cercandoli.
"E' un brav'uomo?" domandò lui, tornando a sorridere.
"Sì, lo è. è attento, cauto. Mi ama" rispose lei, trattenendo a stento un singulto.
"Sono felice per te".
Elisa annuì, cercando qualcosa da dire. Si domandava perché fosse così ingenuamente andata su quel discorso. Forse lo trovava naturale, dopo tanti anni. Non sapeva perché, ma quella situazione la turbava profondamente, la inviliva. Si erano amati per un breve tempo. Quell'incontro era stato puramente fortuito. Per un momento provò vergogna per sé stessa, una miserevole pietà confusa a disprezzo, la netta sensazione di essersi tradita. Si ricordò, per un attimo, di quando lui era partito e lei nemmeno si era presentata per salutarlo. Le aveva scritto molte volte, quasi fosse disperato per la sua assenza, e lei raramente gli aveva risposto, anche se con piacere. Le lettere poi erano diminuite fino ad estinguersi. Quello era stato il segno che tutto era finito, che ognuno avrebbe proseguito per la propria strada. Amava Luca, ora, più di ogni altra cosa al mondo, e da lui desiderava avere un figlio. Ma parlare del suo amore con Francesco la faceva sentire piccola e insignificante. Sapeva di aver sbagliato, ne era certa. Voleva scusarsi, farsi perdonare per essere stata inopportuna.
"Mi dispiace..." disse infine, con un filo di voce.
"Per cosa?"
"Per questa situazione. Non volevo ferirti".
"Perché dovresti avermi ferito?". Francesco le sorrise, anche se i suoi occhi erano ormai spenti. Solo in quel momento Elisa si accorse di quanto l'aveva amato e di quanto, in tutti quegli anni, s'era scordata del suo amore.
Ad un tratto, notò che la fermata successiva era la sua. Doveva scendere, recarsi al lavoro, come tutti i giorni. Alzò lo sguardo, incrociò nuovamente i suoi occhi. Aprì la bocca ma non ne uscì un soffio. Il treno già rallentava. Cercò di trovare una parola, un gesto, un'idea. Le luci della stazione apparvero ai finestrini. Francesco la guardava come sempre con incanto. Il treno frenava. Elisa infilò rapidamente una mano nella borsetta e ne trasse un biglietto da visita. Glielo tese e gli disse: "Mi trovi a questo indirizzo. Quando vuoi, facciamo due chiacchiere, ci troviamo magari per bere un caffè."
"Grazie" rispose, prendendo il biglietto. Le loro mani si sfiorarono un istante.
"Devo scendere..." disse Elisa, stringendo la borsa, aggiustandosi rapidamente i capelli. Le porte del treno di aprivano. "Mi ha fatto molto piacere rincontrarti".
"Anche a me".
Elisa sorrise e lo salutò. Scese dal treno, lentamente, con sguardo perso, attonito. Si voltò che il treno già si stava muovendo. Guardò il suo volto attraverso il vetro sporco, i suoi occhi verdi accostati al finestrino, la sua mano che la salutava con grazia, la sua figura sola in mezzo alla gente, in mezzo alla folla. Lo salutò anche lei. Attese che la metropolitana si fosse del tutto allontanata. Stette lì diversi minuti, immobile, sulla banchina semivuota. La gente se ne andava veloce verso l'uscita. Sopraggiunse un altro treno. Quando fu fermo, in mezzo al mare di folla che ne scese, urtata e strattonata, Elisa guardò il suo volto riflesso in uno dei finestrini e si accorse che le si era disfatto il trucco.

Illustrazione di Gavino Ganau.

 Associazione Culturale Gemellae

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